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Matteo Calisi Introduzione Un aspetto che coglie di sorpresa chi per la prima volta partecipa ad un incontro di lode e di adorazione carismatica è l’espressione della gioia che si manifesta con evidenza nei partecipanti. Tale elemento potrebbe sembrare per alcuni inconsueto poiché abituati ad una religiosità piuttosto composta e senza espressione esterna. Per altri è motivo di attrazione e di coinvolgimento specie se a manifestare tale gioia sono persone giovani che sono liberi da condizionamenti umani e testimoniano nella libertà dello Spirito la loro appartenenza a Dio. Qual’é il motivo che spinge i carismatici a manifestare un tale esperienza di gioia?
San Paolo nelle sue lettere apostoliche indica il motivo della nostra gioia quale frutto della presenza dello Spirito (cfr Gal 5,22). Quando la vita del credente si lascia guidare e plasmare dall’opera dello Spirito in contrapposizione all’opera della carne è naturale che il frutto dello Spirito produce una tale gioia. Per questo San Paolo esorta, con una certa insistenza, i cristiani che hanno avuto l’esperienza di fede a gioire: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi” (Fil 4,4). I primi cristiani conoscevano l’esperienza della gioia che si manifestava nel culto riprendendo così alcuni temi cari all’adorazione del Tempio Davidico e tramandati dai Libri dei Profeti e dei Salmi: “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme” (Is 52,20)”. Ed ancora: “Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera” (Is 56,7). “L'Eterno regna; gioisca la terra, la moltitudine delle isole si rallegri (…) Rallegratevi nell'Eterno, o giusti, e lodate il santo suo nome! (Sal 97,1; 22) Rallegratevi nell'Eterno, e fate festa, o giusti! Giubilate voi tutti che siete diritti di cuore! (Sal 32,11). Le espressioni esterne erano: le grida di gioia, la danza, il canto, l’uso di alcuni strumenti musicali, il battere le mani o elevarle al cielo, il giubilo, la glossolalia, ecc… sul modello del Salmo 150: “Alleluia. Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti; ogni vivente dia lode al Signore”(versi 3-5).
I Santi Padri della Chiesa ci ricordano come tali espressioni erano una elemento fondamentale nella liturgia antica. Sant’Agostino d’Ippona, fu pervaso dalla gioia dello Spirito Santo mentre ascoltava le lodi composte da Sant’Ambrogio a Milano. Tale impatto gli procurò la conversione. Durante il suo ministero episcopale, Agostino così descrisse il canto di giubilo durante la Liturgia Pasquale: “Canta nel giubilo. Che significa giubilare? Intendere senza poter spiegare a parole ciò che con il cuore si canta (…) E a chi conviene questo giubilo se non al Dio ineffabile? Ineffabile è infatti ciò che non può essere detto: e se non puoi dirlo, ma neppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole, e la gioia si dilati immensamente ben al di là dei limiti delle sillabe? Bene cantate a lui nel giubilo” (Commento al salmo 32). E nel commento al Salmo 94 leggiamo: “Venite, esultiamo al signore. Giubiliamo a Dio autore della nostra salvezza. Che vuol dire giubilare? Avere un’allegria che non si può esprimere a parole e che, non potendosi esprimere a parole pur essendo concepita nel cuore, la si manifesta con grida. Ecco cos’è giubilare (…) Se dunque c’è della gente che va in visibilio per delle gioie terrene, non dovremmo noi giubilare intensamente di fronte alle gioie celesti, che per davvero sono ineffabili? Venite, esultiamo al Signore”.
Nel medioevo Tommaso da Celano, noto agiografo ed autore dei “Fioretti” così descrive l’esperienza del giubilo nella vita di San Francesco d’Assisi: “A volte si comportava così. Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all'esterno con parole francesi, e la vena dell'ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente, traboccava in giubilo alla maniera giullaresca (…) Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della Passione del Signore. Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo” (Celano - vita seconda, in FF §711). Ma la gioia, paradossalmente, può essere anche frutto della persecuzione e della sofferenza a causa del Vangelo. Gesù dichiarò in San Matteo: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 11-12). Per questo nelle Fonti Francescane, si legge: “Un giorno, chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi”. Questi rispose: “Eccomi, sono pronto” “Scrivi – disse – cosa è la vera letizia” (… ) E se ti giunge ancora notizia (…) che io abbia ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da far molti miracoli; ebbene io ti dico: neppure qui è vera letizia”. “Ma cosa è la vera letizia?”. “Ecco, tornando io da Perugia nel mezzo della notte, giungo qui, ed è un inverno fangoso e cosí rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiaccioli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi sei? “Io rispondo: “Frate Francesco“. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di arrivare, non entrerai“ (…) Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtú e la salvezza dell’anima” (“Dalla vera e perfetta letizia” Scritti di San Francesco di Assisi n. 278).
Nel Vangelo è racchiuso il vero segreto della vera gioia e che Gesù ci ha rivelato: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Anche oggi ritorna di attualità tale espressione di giubilo sia nel culto liturgico che in quello extra liturgico come quello carismatico, attraverso il canto e la musica. La musica, sovente, diviene il veicolo ideale attraverso cui si manifesta la gioia. Proprio per la sua natura impalpabile, la musica aiuta le anime ad entrare in contatto col divino e il soprannaturale. La gente si sente spinta ad adorare Dio più liberamente e trova spontaneo entrare in contatto con l’adorabile presenza del Signore in modo meno formale. Questo crea coesione, sentimenti di convivialità, fraternità e comunione nella comunità ecclesiale. In tal modo il Rinnovamento Carismatico Cattolico riprende ai nostri giorni alcuni motivi della gioia secondo la Tradizione liturgica nella speranza che, con il suo umile contributo, tutti fedeli nella Chiesa contemporanea possano tendere ad elevare il loro spirito quando partecipano alla più importante espressione della Chiesa, qual’é la Celebrazione Eucaristica. In tutto ciò lo Spirito Santo attua concretamente nella Chiesa ciò che veniva auspicato dal Decreto Conciliare Sacrosanctum Concilium, ove s’invitava alla partecipazione attiva dei fedeli alla Messa: “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Costituzione sulla Divina Liturgia 48, Concilio Ecumenico Vaticano II). Il
vangelo di Matteo ci narra che dopo l’annuncio dell’angelo
circa la risurrezione di Gesù: “Abbandonato in fretta il
sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio
ai suoi discepoli. (Mt 28,7-8).
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